Il nostro mondo interno
Alcune persone varcano lo spazio del mio studio portando la convinzione che le cose accadano indipendentemente dal loro stato d’animo o dall’energia che emettono, con una sensazione di passività rispetto a quanto sia importante il loro contributo come agenti attivi nella loro vita. Ecco perché è importante dialogare con le nostri parti per entrare in dialogo con l’altro.
L’idea è che i pensieri possano affollare la testa senza la capacità di controllarli o che altre persone possano decidere cosa sia meglio per loro; non sentirsi connessi, nel qui e ora, non sapere chi sono e cosa vogliono fare.
Mi piace accompagnare le persone in un viaggio differente, dentro di loro, per provare a conoscere chi abita quello spazio sacro.
Insieme andiamo a sperimentare quanto avviene nel corso del tempo, chi e cosa si costruisce dentro di loro, e dunque dentro di me.
Secondo il modello dei Sistemi Familiari Interni, IFS, nel corso degli anni, nei vari momenti vissuti, dentro di noi, si sono formate delle parti o personcine. Queste hanno imparato a dividersi uno spazio comune e rimangono ancorate a quel momento storico, come se fossero persone reali, caratterizzate da emozioni e mille sfaccettature.

A seconda di quanto siamo in grado di sentire ogni nostra parte e tollerare il significato di cui si fanno portatrici, creeremo confini più o meno rigidi tra di esse. Capita di relegare parti di noi in luoghi piccoli, stretti e bui, con la speranza di dimenticarcene, lasciando spazio d’azione solo ad alcune nostre parti che sono più agevoli e comode. Pensare di potersi disfare di queste parti che provocano un dolore e un sintomo è utopico. Occorre invece rispettarle e onorarle per essersi fatte carico di qualcosa di orrido, indicibile, troppo doloroso per essere sperimentato di nuovo e chiedere loro di affidarsi ad una parte più adulta, più matura, in grado di prendersi cura della persona.
Questa parte matura, adulta viene chiamata dall’IFS, il nostro Sé. Quando veniamo messi alla prova da situazioni di deprivazione emotiva o fisica, abusi, paura e degrado da parte delle figure genitoriali e non, a seguito di piccoli o grandi traumi, unici o ripetuti che siano, il nostro Sé viene protetto da altre parti che si formano proprio con l’intento di preservarlo. Il Sé dunque è sempre presente: occorre semplicemente che le parti lo facciano emergere, facendosi da parte.
I Manager, i Pompieri, gli Esiliati
Secondo l’IFS ciascuno di noi è abitato da una tribù di persone di età diversa con talenti e caratteristiche differenti.
Anche le persone non particolarmente sintomatiche che non sono state ferite gravemente presentano questa organizzazione interna.
Vengono distinti tre ruoli principali che sono: i manager, gli esiliati e i pompieri.
Cercando di riassumere ruoli e funzioni possiamo dire che le parti manageriali esiliano parti vulnerabili al di fuori della consapevolezza, bloccandone l’accesso al Sé, rendendole così sempre più vulnerabili.
Queste parti esiliate subiscono il giudizio negativo delle parti manager, che non tollerano le emozioni della paura, della vergogna e il dolore emotivo. In questo modo esse rimangono congelate nel passato e lontane dalla consapevolezza, per questo meno vulnerabili agli eventi triggeranti nel presente. Ma questo esilio ha un caro prezzo e come un boomerang, con l’avanzare del tempo e della reclusione, può generare sintomi fisici e mentali importanti, che acquisiscono una forza disperata, ingestibili dai manager.
Così le parti esiliate, in cerca di accettazione e amore, cercano qualcuno simile a colui che le ha rifiutate o abusate (Schwartz, 2008), sopportando nuovamente quella sofferenza e pensando di meritare tale dolore.
I manager vivono nel timore che gli esiliati possano fuggire e sono obbligati a mantenere il loro ruolo, così come i pompieri: devono avere il controllo. Possono assumere differenti caratterizzazioni come essere molto intelligenti o perseguire il successo e la carriera ma tenere lontane le emozioni oppure rivelarsi molto critici e perennemente insoddisfatti o ancora negazionisti, protettori, pessimisti, perfezionisti e così via.
Quando gli esiliati sconfinano oltre le loro prigioni, mettono in pericolo la capacità della persona di funzionare efficacemente. Questo rischio mantiene continuamente attivati i manager, che in base al livello di pericolo percepito per la persona, svilupperà una certa rigidità e severità: il loro fardello di responsabilità contribuisce al radicalismo. Devono sia affrontare un mondo che percepiscono pericoloso che controllare e tenere al loro posto gli esiliati, cercando di tenere al sicuro il sistema persona. Per questo anche loro si sentono trascurati, sofferenti e spaventati. Rispetto agli esiliati, a parità di amore e cura ricercati, sono convinti di dover nascondere le proprie vulnerabilità e di doversi sacrificare per il sistema. Il circolo vizioso diventa questo: più sono competenti, più il sistema si affida a loro, più si sentono sopraffatti dalle responsabilità e dal potere.
I pompieri entrano in gioco quando, nonostante tutti gli sforzi dei manager, accadono situazioni che attivano gli esiliati e innescando le loro emozioni provocano un’emergenza. Si parla del sintomo espresso per placare la sofferenza, a partire da comportamenti a discapito della salute della persona e/o degli altri, fino al massimo grado di conforto possibile attraverso il suicidio.
Secondo l’IFS il comportamento dei pompieri non è patologico anzi, ne viene riconosciuta la funzione protettiva: si tratta di negoziare con loro, affinché possano affidarsi alle competenze sagge del Sé, accettando l’idea di mettersi da parte, perché possa pian piano risolvere la situazione smossa dalle parti esiliate.
C’è una sostanziale differenza tra le strategie dei manager e dei pompieri: i primi si sforzano perché la persona mantenga sempre il controllo e compiaccia tutti, mentre i secondi reagiscono a una fuga degli esiliati, spingendo la persona a perdere il controllo, scontentando tutti, per calmare e tranquillizzare la persona.
La dinamica tipica può essere questa: la vergogna dei manager attiva gli esiliati, il che stimola i pompieri, il che allarma i manager e così via, intensificandosi sempre più.
Quando le parti protettrici sono attive per tutelare il Sé, il sistema interno si trova con emozioni e/o pensieri estremi o “fardelli”; ma il Sé esiste e rimane integro, non può essere danneggiato e quando le parti si differenziano e gli lasciano spazio, agisce come un leader attivo, compassionevole e collaborativo.
Quando questo dialogare accade ci si sente presenti, allegri, focalizzati.
Vogliamo comunicare alle parti che ognuna è la benvenuta e che sarà un beneficio per tutte essere libere dai vecchi ruoli per assumerne nuovi più funzionali.
Alla base di questo modello c’è la comunicazione con le parti per stimolare un dialogo tra di esse ed evitare la cristallizzazione in schemi collocati e originati in un tempo passato. Ma raccontarle e presentificarle in modo verbale non è sufficiente per sciogliere quel nodo emotivo che portano con sé. Occorre immaginare di tornare a quel momento e riuscire a sentire quali emozioni veicolano, per poter sciogliere quel vissuto.
Dialogare con le nostre parti per dialogare con l’altro
Nel dialogo esiste uno spazio in cui coesistiamo e stiamo in relazione. Il dialogo ancor prima che con l’altro, dovrebbe poter essere con noi stessi e fra tutte le nostre parti interne. Il Dialogo è la potenza di non ergere muri, di vedere l’altro e poterlo riconoscere in modo da poterci vedere noi stessi negli occhi dell’altro, per riconoscerci a nostra volta, facendo attenzione agli specchi sporchi o opachi. Per stare in relazione occorre che il linguaggio sia rispettoso, etico.
Il Pattern che connette
La fatica è cercare costantemente il «pattern che connette» il sistema richiedente al sistema donante, attraverso un processo che mette in risalto sia spinte verso un equilibrio che spinte verso un’evoluzione.
Diventa così importantissima la scelta del linguaggio per entrare in relazione, stare nella reciprocità, nell’apertura mentale dove è possibile coesistere. Il linguaggio permette lo scambio linguistico e veicola l’identità e la relazione con l’altro, con la possibilità di ritarare ogni volta il senso di sé nella relazione.
Legittimarci a dire quel che sentiamo nella stanza di terapia, ci permette di aprire un dialogo utile, costruttivo e che permette di aprire fenditoie o finestre; lascia all’altro la libertà di poter fare lo stesso, scoprendo che non ci saranno per questo conseguenze “negative”.
Dialogare significa creare un contesto per un luogo sicuro, in cui è possibile narrare anche i pensieri e i fatti più spaventosi, potendo sperimentare che l’altro riuscirà a reggerli, avendo fiducia nell’altro o restituendo poi all’altro la parte che gli compete. Dialogare significa anche ammettere i propri limiti, la propria scomodità e mettersi in una posizione di ascolto, al pari, una posizione umana, dove la persona viene prima di qualsiasi cosa. Riconoscersi nell’imperfezione umana, costruire insieme le situazioni, la relazione, senza l’aspettativa di sapere o decidere cosa è giusto o sbagliato per l’altro, permette la creatività spontanea e innata insita nell’incontro tra le persone.

Conclusioni
Lavorare all’interno delle relazioni, stando in relazione, nel e sul confine, utilizzando il dialogare e la persona in quanto essere vivente ancora prima del titolo professionale, è un esercizio complesso. Trovare la giusta distanza e trasformare in nutrimento per l’altro la nostra presenza è un’ambizione salvifica. Osservare i confini, ergere confini sacri e mescolarsi attraversando tali confini. Mi auguro di riuscire a fare questo, nel mio piccolo.
La ricerca del dialogare, la possibilità di connettere più parti, più persone, le nostre persone interne, mettere in dialogo la mia parte normativa e quella sistemica; la connessione al di là del corpo, al di là del vissuto, ci permette di rimanere umani, di stare dalla stessa parte perché uniti da un sentire comune, che va oltre al soggettivo, oltre la nostra storia.
Creare nuove connessioni, giovani, fragili, che vanno scelte nonostante siano come strade di campagna strette, piene di buche e spaventose per chi non è abituato a percorrerle, a stare un po’ sui bordi esterni vicino al canale. Ridescrivere quelle connessioni antiche utilizzate in modo preferenziale, diventate ormai autostrade, ampie, veloci, talmente veloci e scorrevoli da essere scelte in automatico. E’ un percorso scomodo ma permette di sentire, di sentirci e di trovare e ritrovare nuove possibili connessioni, vie e forme di esistere “in relazione a”, “in relazione con”.
Le esperienze che noi facciamo, le persone che scegliamo di frequentare, le parole che scegliamo di utilizzare per parlare di noi a noi stessi e rivolgendoci agli altri, le energie che investiamo in una direzione piuttosto che in un’altra, le relazioni che scegliamo di troncare perché non ci fanno bene, tutte queste scelte, vanno ad agire su altri livelli nostri, energetici, interni, con la possibilità di ritrovare le nostre connessioni interne, la nostra storia cellulare e il nostro DNA.
La Dottoressa Sonia Ricchetti è disponibile in studio per rispondere ad ulteriori domande e dialogare per potervi dare un mano in queste situazioni.
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